Gianluca Perrone

L’Emilia non è solo terra di balere-Davide Ventura, GianLuca Perrone

“Sasol lee una sitee internasionel, la geint l’ha fat i lauv col matonel...” Così cantava Pierangelo Bertoli nel pezzo “Roca Blues” del 1975 e, arrivando a Sassuolo dall’autostrada, si capisce subito il senso di questo verso: la città delle ceramiche si presenta come un labirinto di piastrelle già confezionate e pallettizzate, pronte per essere spedite in tutto il mondo. Spostandosi all’interno, invece, si arriva alla zona residenziale dove nel corso degli anni sono sorte un insieme di ville e villette, frutto del meritato lavoro che dal nulla ha portato la provincia di Modena ad eccellere nell’arte della decorazione ceramica. E’ qui che incontriamo Mario Boni, classe 1935, imprenditore specializzato in questo campo ma soprattutto nell’altro settore che ha reso famosa l’Emilia-Romagna nel mondo: il divertimento.

Durante una carriera che copre quasi quarant’anni, Mario, assieme a vari soci, ha fondato il Poker a Sassuolo, il picchio a Carpi, il Piro Piro a Toscanella di Dozza, il Picchio Rosso a Formigine, il Big a Cento, partecipando come socio al Jumbo di Parma e al Caravel di Mantova.

Mentre ci mostra le foto delle sue creature, si ferma e ci regala una frase memorabile, “Gianni Agnelli ha fatto lavorare gli italiani, io li ho fatti divertire!”. Capiamo subito il riferimento all’Avvocato quando ci accompagna nel suo studio: a parte le foto di famiglia, l’attestato dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica (“Eh si, Cavaliere della Repubblica però,  non del lavoro, vale meno…”), tutti gli oggetti attorno a noi tradiscono la vera passione di Mario, la Juventus: “Sono socio... pensa che sono diventato socio perché volevo l’attestato e adesso non lo fanno più! Volevo l’attestato, ma niente...”

D’altronde, per lui i locali da ballo sono stati un aspetto rilevante della sua vita di imprenditore. La sua storia è il racconto vissuto in prima persona dello spirito imprenditoriale dell’Italia del boom economico e dei cambiamenti epocali nei modelli di socializzazione e dei costumi, con l’arrivo del mercato del divertimento per i giovani. Perché ai suoi tempi le cose erano totalmente diverse: erano gli anni ’50, e un’Italia già in ritardo sul resto dell’Europa era appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale e stava cercando di ricominciare raccogliendo i pezzi del proprio tessuto produttivo. Nonostante ciò, ogni occasione era buona per ballare, cantare ed ascoltare musica. “Io? Mai ballato! Ogni tanto ho portato mia moglie a una qualche festa. Da ragazzino c’era il Calderone, un locale di Sassuolo che c’è ancora. E’ un locale del comune, lo devono sistemare, ma è ancora lì abbandonato. Quando io andavo a ballare, andavo solo per stringere una ragazza e basta, non sapevo neanche muovere i piedi. E c’erano le vecchie....” Le vecchie?? “Le madri o le nonne, accompagnatrici. Non ci andava una ragazza da sola a ballare hai miei tempi. Io parlo degli anni ‘50-‘55. Le ragazze andavano a ballare con la vecchia, loro si mettevano a sedere e le ragazze erano disponibili, poi tu andavi a chiedere ‘Fai questo ballo?’ E lei, ‘No, fai l’altro’. Prenotavi i balli. Allora dicevi, ‘Io ne ho prenotati 3!’. Ride di gusto al ricordo di quei tempi, duri ma formativi allo stesso tempo “il mondo si è rovesciato, una cosa incredibile. Ma il bello è passare per tutti e due questi mondi. Da ragazzino sono stato sotto i bombardamenti, perché sono del ’35: dove sono nato hanno bombardato due volte e io mi sono trovato con le bombe che ti cadevano addosso. Per dire, sono di una generazione che non ha fatto la guerra ma ci è passata in mezzo. In quei tempi  il pane bianco te lo sognavi, c’era solo il pane nero razionato, perciò il bello è arrivare al punto in cui siamo, essere passato da quei tempi e poter usufruire dei vantaggi della nuova vita, del cambiamento. Mia madre era nata prima, ovviamente era ancor più in miseria. La patente non l’ha mai presa, avrà visto la televisione, però certe cose non è riuscita a sfruttarle. Invece noi, quelli della mia generazione, hanno sfruttato anche l’emancipazione della donna, c’è un mondo nuovo, un mondo diverso, il boom economico, tutto quello che vuoi. Io avevo una bicicletta vecchia e non sono mai riuscito a comprarmi una bicicletta nuova, poi regalavi a tuo figlio una macchina nuova, la cambiavi senza problema. Ma è viverli questi cambiamenti. Trovarsi solo in mezzo alla miseria o trovarsi solo in mezzo all’abbondanza non sai apprezzarli. Invece la mia generazione è passata in mezzo a tutto, è diverso.”

Il cambiamento di cui parla Mario è epocale e segna il punto di non ritorno nei costumi del nostro paese e di tutta una generazione nei paesi occidentali. La liberazione della donna e dei costumi in generale è passata anche dalle sue sale “Certo, è arrivata una libertà enorme per la donna. Ai miei tempi le donne non dico erano schiave, ma erano delle mezze serve, prima dei genitori, poi dopo trovavano il ragazzo e diventavano serve del marito, poi dei figli. Adesso invece col cavolo, mandano a quel paese i genitori, poi il marito e poi anche ai figli! (Ride) No dai, forse ai figli rimangono un po’ legate... comunque già dal ’65 al Poker venivano da sole. Nei nostri locali noi abbiamo fatto in modo che la gente si incontrasse, molti matrimoni son dovuti a quegli incontri. Poi il divorzio e le separazioni, ognuno ha creduto di fare quello che gli pare. Però noi gli abbiamo dato la possibilità di incontrarsi. Bè sai, ospitavamo oltre 3 o 4 mila persone alla settimana...”

Il mercato si accorge che esiste un pubblico di giovani che, grazie alla ripresa economica degli anni del Boom e all’offerta di lavoro crescente, ha soldi da spendere in vestiti, dischi e locali. E’ l’epoca degli Sporting Club e dei Dancing, locali che non sono più esclusivamente le balere dell’immaginario collettivo ma neanche discoteche vere e proprie. E’ così che inizia l’esperienza di Mario Boni “ Eravamo gli amici del bar, avevamo tutti delle attività di giorno, io avevo una impresa di costruzioni grossa e anche una piccola smalteria, una piccola ceramica. Erano tutti lavori di giorno e noi volevamo fare una attività per il serale e i festivi, per completare. Per tenersi impegnati.” E divertirsi? “No, quella idea lì subito non c’era. C’era l’idea di guadagnare qualche cosa, perché a Sassuolo non ce ne erano, non c’era niente di simile. Così è nata questa idea con i miei amici e abbiamo fatto il Poker, l’abbiamo fatto nel ‘65 e aperto nel ‘66. L’abbiamo fatto con 75 milioni, complessivamente. Un anno dopo, con altri amici, solo io, mentre il gruppo del Poker andava avanti per conto suo, ho fatto il Picchio a Carpi con 150 milioni, un'altra cosa, con anche un parcheggio più grande. Ho raddoppiato l’investimento. Quindi il mercato c’era? “Ovviamente non era il mercato come quello di adesso. Parlo di Sassuolo adesso, poi parlo di Carpi. Al Poker a Sassuolo, quando è stato aperto, le serate infrasettimanali non esistevano. C’era il sabato sera dei ragazzini, la domenica pomeriggio dei ragazzini e la domenica sera gente un po’ più matura. Stop. Noi cercavamo però di inventare qualche cosa e abbiamo fatto il giovedì sera, una giornata feriale, ideando l’ingresso gratuito alle donne e 500 lire all’uomo. Forse prima erano anche 300, però dopo poco sono diventate 500. Ha cominciato a prendere piede poi è diventato che la serata principale era il giovedì sera, con quel concetto lì.” Ci guardiamo e pensiamo telepaticamente che tutte le serate con ingresso gratuito per le donne a cui abbiamo partecipato durante i nostri anni in discoteca non erano l’invenzione geniale di qualche P.R.. “Riuscivamo a fare un grosso mercoledì, il giovedì prima della trovata che vi ho detto facevamo il liscio per accontentare alcune persone, ma non ha mai preso molto, il venerdì non esisteva, io ho provato a farlo ma ho dovuto chiudere, non veniva nessuno” Ma dove andava la gente il venerdì? “Non usciva. Non c’era l’abitudine di uscire. Il sabato sera, c’erano molti giovani e quelli un po’ su di età uscivano la domenica sera. Al Picchio a Carpi era la domenica sera la serata più importante della settimana. Poi con il tempo, invece era diventata il venerdì. Il mercoledì e il venerdì, il carico di gente era più o meno uguale, il sabato giovanissimi. Poi la domenica pomeriggio ancora più giovani, lì venivano dentro anche quelli di 14-15 anni. Poi la domenica sera c’erano un po’ di tardoni che speravano di incontrare l’amore,  era diventata la serata più fiacca. Che era a sua volta prima la più importante... cambiamenti!”

I cambiamenti avvengono anche nell’offerta musicale, a piccoli passi “Al Poker principalmente non c’era il liscio vero e proprio, c’erano le orchestre che suonavano dal vivo ma era già dancing, il liscio veniva fatto, poi,  successivamente, per aggiungere una serata al locale. Era un Dancing con le orchestre che suonavano musica moderna per ballare, oppure compravi anche un’attrazione, ma per ballare c’era l’orchestra;  nel ‘66, poi anche quando nel ‘67 siamo andati a Carpi era così. La discoteca era da sottofondo, avevamo fatto un bel impiantino a Carpi, che invece a qui a Sassulo era scarso; ma non si ballava, si ballava con l’orchestra. Era per l’inizio o gli intervalli, non si ballava con i dischi in quel periodo. Con il Picchio Rosso,  passati 10 anni, nel ’76, abbiamo cominciato con le orchestre e alternavamo discoteca con le orchestre perché la gente non era ancora abituata a ballare con la discoteca. Ma dopo 7-8 mesi abbiamo tolto l’orchestra e si andava solo con la discoteca.”  E’ proprio in quegli anni che in Italia cambia completamente il concetto di sala da ballo, spariscono spariscono le orchestre e i gruppi e la musica dei dischi diventa protagonista dopo essere stata usata prevalentemente nelle pause. L’industria discografica intuisce subito il bisogno di musica specifica per la nuova tipologia di locali che stanno nascendo in America dal 1974 in poi e decide di investire in questo settore: nasce la disco-music. La musica per ballare è sempre esistita (come il soul, il rhythm & blues, il funky) ma questo genere viene espressamente pensato e realizzato per le discoteche, con canzoni costruite per essere ballate o con versioni più lunghe di brani già noti con spazi strumentali estesi sui quali i D.J.  potevano parlare e, i più arditi, mixare. Mentre gli americani venivano a comprare i bolidi costruiti nel modenese, Mario andava oltreoceano per vedere come erano le mitiche discoteche statunitensi “Ero andato anche a New York per avere una qualche idea, allo Studio 54... si, si sono andato, e non mi volevano fare entrare, perché ero troppo vecchio! C’era un tipo fuori con dei guardaspalle (probabilmente Marc Benecke, celebre doorman dello Studio) dietro a dei cordoni e dei paletti, che diceva, ‘tu, tu, e tu dentro’, ma se non venivi indicato da lui lì, non potevi entrare. Eravamo in quattro o cinque venuti apposta dall’Italia, sui 40-45 anni, e ‘tu, tu, tu’ non ce l’hanno detto! poi gli abbiamo spiegato che eravamo dei gestori di locali in Italia e che volevamo vedere il locale, si stava lì solo mezzora poi si veniva via, se no non ci avrebbero preso dentro, non eravamo indicati per il tipo di locale. Racconto a Mario che la stessa scena è accaduta agli Chic, che sfogarono la propria frustrazione creando “Le Freak”, il loro pezzo di maggior successo. Mi riporta drasticamente alla realtà italiana “Una cosa così in Italia non l’avresti potuta fare, perché era il periodo delle Brigate Rosse, ‘tu, tu, tu’ l’ostia! venivano dentro con il prezzo politico, c’erano delle situazioni... una serata che avevamo un cantante, credo che fosse Bertoli, un cantautore di Sassuolo, sono voluti entrare, abbiamo dovuto trattare per far entrare un certo numero di persone gratuitamente... una scena del genere ci capitò al Picchio di Carpi dove, al contrario che al Poker, avevamo creato un ambiente diverso, dove se non eri vestito con camicia, giacca e cravatta non entravi... c’era uno che si era presentato senza cravatta, diceva “come, io sono vestito elegantemente, ho una camicia che mi costa un sacco di quattrini e non ho la cravatta e non mi prendete dentro?’ Era un fighetto di Carpi che si era incazzato veramente! Ah, mi ricordo che ingaggiammo Mina, ci sono anche degli articoli del Carlino dove mi criticano, si pagava 5.000 lire e 1.500 lire la consumazione, ed ho fatto strapieno mentre quando venne al Poker riempì solo metà locale, perché l’ambiente non era d'élite”. Mina, stiamo letteralmente sognando ad occhi aperti quando Mario continua “comunque gli americani erano molto più furbi di noi. Il 54 è nato da un teatro dismesso con un adattamento della sola platea, spendendo pochissimi soldi... c’erano gli effetti luci e un gran suono per dare risalto. Luci e suono. C’era da imparare in un certo senso, ma noi eravamo molto migliori di loro, facevamo delle cose più raffinate, più costose, era tutto un altro concetto. Loro lì erano solo più furbi!”

In un piccolo bungalow di legno in giardino Mario conserva foto, poster e locandine dei locali che ha creato. Ci soffermiamo su una grande foto “Questa qui è una veduta aerea del Picchio Rosso, c’era l’estivo lì fuori, era un bestione di una certa imponenza, oggi non si può più fare, perché già le regole, non dico le leggi, le regole che ci sono sono tremende. Economicamente non riesci a fare un investimento di quel genere e  guadagnarci”. Che capienza aveva? “Dunque, c’era quella regolare e quella irregolare (ride). Regolare all’interno erano 2000-2400 e all’esterno 1400-1500, ma ne abbiamo messi dentro 4000”. L’avete costruito dal nulla? “Si, ho comprato il terreno, quando ho preso il terreno erano solamente 10.000 metri, poi dopo ho pensato che si poteva fare anche l’estivo e ho acquistato quell’altro lotto di terreno qui, per fare l’estivo. In un primo tempo erano solamente 10.000 metri per l’invernale”. Solamente 10.000 mq... Quando hai cominciato con le sale hai smesso con l’impresa edile? ”No no, facevo tutto, avevo tre attività, quando ho smesso di fare il muratore ho cominciato con l’impresa edile che è stata la prima, poi avevo aperto una piccola produzione di ceramiche (ceramiche Patrizia, di cui ci mostra i depliant pubblicitari) e avevo i locali. Avevo tre attività.” Di fianco vediamo una locandina di un altro locale “Questo è l’ultimo locale che ho fatto, il Piccadilly Stryx, è stato aperto il 29 novembre dell’80. Questo qui era anche meglio del Picchio Rosso perché aveva il ristorante, era divisibile... l’idea era di fare serate con una struttura alla Musical, ma dopo 6 mesi ho dovuto cambiare idea perché Sassuolo non era proprio il posto giusto, allora l’ho adattato a discoteca, che si prestava enormemente, ed è andato avanti una ventina d’anni anche quello.” Il Picchio Rosso, inaugurato il 13 marzo del 1976, rappresenta  perfettamente il cambio di passo nel concetto di locale da ballo: ormai dimenticata l’esperienza del Dancing ma mantenendo ancora elementi della balera (il liscio era ritornato di moda nei primi anni ’70 e la zona aveva un pubblico più anziano che voleva ballare walzer e mazurche), è definitivamente proiettato verso il modello discoteca e spazio concerti. Mario ci mostra una pagina del Resto del Carlino del giorno dell’apertura con un titolo inequivocabile: “’L’Italia non è solo terra di Balere’, ho voluto metterlo io, perché era ora di finirla con le balere... a proposito di balere, c’è un pezzo di Sergio Endrigo, ’Vecchia balera’,  che dice “dove ho passato la mia gioventù”, ed in effetti è così, nelle balere, che comunque attiravano meno persone, molti hanno passato la loro gioventù, ma qui sono tantissimi che hanno passato la loro gioventù! Ancora adesso dopo 14-15 anni che è chiuso fanno delle serate revival Picchio Rosso, c’è molta gente che partecipa, perché fanno la musica di quel periodo, è gente che è attaccata a quel ricordo. Vi dirò di più, quando lo abbiamo demolito, certa gente che ha saputo che si chiudeva e che veniva demolito, piangeva, ha pianto!”

La novità principale dei nuovi locali è l’importanza che acquista la figura del DJ, il vero animatore della discoteca  “I Dj li selezionava il direttore, noi eravamo i proprietari e controllavamo che tutto andasse bene, non avevamo mansioni dirette e poi, non avevamo neanche una gran competenza musicale, perché io non ho mai comperato un disco, per dirti, e non ho mai ballato. Se c’è una cosa che mi faccio schifo è se mi metto a ballare. Io non c’entro niente. Nessuna passione e poi c’era anche dell’ignoranza. Poi quando è cominciata la hit parade la seguivo un po’ per capire chi erano anche i cantanti, ho anche comprato Rolling Stones, quelle riviste specializzate, per imparare qualche cosa. Notare che poi di gente ne ho presa...” Anche se le esperienze americane non erano direttamente replicabili in patria, la disponibilità degli artisti  ad esibirsi ovunque e un pubblico sempre più esigente faranno approdare a Formigine l’America musicale e non solo. “Ogni settimana ne passava uno. E quella americana, dai quella del sospiro, ho anche una foto con lei, aveva un marito tedesco..” Rispondiamo in coro: Donna Summer! “Donna Summer! Noi l’abbiamo fatta un mercoledì sera non c’era il pienone ma c’era abbastanza gente. Uno che ha bucato era quello, dai quello che faceva ballare tutto il mondo…” Barry White? “No non Barry White, l’ha preso il Kiwi, io non l’ho preso, non avevo fiducia in lui, no l’altro…” Wilson Pickett? Joe Tex? Abbiamo visto la foto di Ray Charles, lui ha fatto il pieno? ”No, no, non molto. Erano cantanti difficili. I Boney M hanno fatto bene, poi ce n’erano altri ancora… Ma quello che volevo dirti chi era, era un altro, dai... quello che faceva ballare tutti... Va bè fa listés, è difficile, am ven mica da ment! Se mi viene in mente ve lo dico”. Come si contattavano artisti di quel calibro? C’erano delle agenzie? “Si, c’erano delle agenzie che ti telefonavano tutti i giorni. Uno era anche di Sassuolo, Ivo Callegari, che era il pianista di Caterina Caselli, prima che diventasse famosa come ‘il Casco d’oro’, era in un’orchestra da ballo. Callegari dopo aver smesso di suonare diventò un impresario. Ogni artista aveva un impresario che avvisava le agenzie e dava un esclusiva. De André, faceva il difficile, perché lui per cantare doveva bere e fumare, era un timido, perché andar su un palco al vol sol della gente diversa del normale, non voglio dire dei matti.”  Immaginiamo che Grace Jones, ospitata più volte, non avesse quel problema lì? “No, no quella era matta davvero! Assieme alle radio locali abbiamo contribuito a lanciare Amanda Lear e, in modo particolare, Renato Zero. Abbiamo avuto Tina Turner. Vasco Rossi, la prima volta che l’ho chiamato al Picchio rosso, l’ho fatto esibire di pomeriggio perché avevo paura che durante la settimana non chiamasse molta gente. Una volta sul palco mi ha detto, ‘Finalmente al Picchio Rosso!’, ora è quel fenomeno lì. E’ un fenomeno, una cosa incredibile, faceva il DJ allo Snoopy di Cittadella di Modena e a Radio Punto di Zocca. Quando veniva al Picchio Rosso come cliente, beveva, beveva molto, non so poi oltre al bere che cosa faceva, ma faceva fatica a fare un discorso completo. (Ridiamo sguaiatamente) Ho letto che ‘Siamo solo noi’ è il pezzo rock del secolo, del secolo passato ovviamente,  se te par poc! Ero anche a San Remo come ospite quando si è inciampato, con ‘Vado al massimo’. Ne son successe di tutti i colori, delle cose incredibili, chi l’avrebbe mai pensato... come il Sassuolo che è andato in serie A!”. Mario parla di questi artisti in maniera del tutto normale, da vero impresario. Inevitabilmente ci chiediamo quanto incidevano sui costi di un locale: quanto costava una attrazione come Mina? “Non ho ricordi precisi, poteva costare 2 o 3 milioni, che comunque erano tanti. Per avere un idea, ovviamente tanti anni dopo, Claudio Baglioni la prima volta che l’ho preso al Picchio a Carpi, un San Silvestro pomeriggio e sera costò 600 mila lire. Perché era all’inizio, al ghiva sol ‘la magliettina’ (si riferisce ovviamente a ‘Piccolo grande amore’), al ghiva sol quel pezzo lì. Bruno Lauzi venne al Piro Piro, dove c’era la pista centrale e l’artista si esibiva centralmente e tutto attorno era fatto ad arena, anche lui aveva solo un pezzo che aveva scritto Battisti, ‘Amore caro amore bello’, applaudivano quel pezzo lì, poi più gninta. (Ridiamo) Battisti l’abbiamo avuto al Poker, poi è venuto Morandi e Mina, i tre più grossi che abbiamo fatto lì. Al Picchio Rosso è venuto Modugno, per me che facevo il manovale e  l’operaio specializzato a Gattinara, facevo i sanitari alla ceramica Pozzi,  nel ‘58 venir fuori con ‘Volare’ era stata una cosa eccezionale, come suonava! Nel’ 58 venir fuori con una cosa così, era eccezionale. E ancora oggi è un pezzo eccezionale. Abbiamo avuto anche Dalla che puzzava di cavallo, puttana miseria come puzzava! (Risata) Ma devo essergli riconoscente perché alla festa del primo decennale, che è stata ripresa anche dalla televisione, disse che il Picchio Rosso era stato una pista di lancio per tutti, lui compreso. Aznavour... ho anche un ingrandimento con Aznavour, era uno di quelli che mi piaceva di più. E’ venuto con Mia Martini, facevano la tournée assieme. Poi al Picchio Rosso è stato fatto il film ‘I nuovi Mostri’, l’episodio con Ugo Tognazzi e Orietta Berti, le riprese sono state fatte sia dentro che fuori. Il regista era Scola. Dovevamo fare anche quello con Celentano e la Melato ma alla fine l’hanno girato al Kiwi, me lo hanno portato via, gli hanno offerto di più di quanto valeva... è stata una operazione poco simpatica, della concorrenza ma anche dell’agente.” Parlando di concorrenza gli chiediamo se all’epoca ci fossero altri gestori che stimava e con cui aveva stretto amicizia “Ero diventato amico di Sergio Bernardini della Bussola, un grande... la Capannina era a Forte dei Marmi, un ambiente chic. Bernardini doveva fare concorrenza a quel locale lì, e non ci riusciva se non prendeva delle attrazioni, senza non aveva gente. Mina è nata alla Bussola. Siamo diventati amici, io ho anche gestito la Bussola, l’ho presa in affitto... pur avendo la possibilità non l’ho acquistata per pochi soldi di differenza ma anche perché mi sono detto ‘arriviamo noi da Modena, una società di capitali, è facile che ci ostacolino’. Alla Bussola c’era anche il bagno e tra il bagno e la discoteca una piscina; molti dirigenti Rai andavano in Versilia e Bernardini gli offriva il bagno, gratuitamente, quindi aveva passaggi Rai a bizzeffe, insomma gli intrallazzi erano quelli (ride) ma col senno di poi non sarebbe stato così. Perché la concessione non era sua, c’erano una concessione del demanio e una comunale perciò non era veramente tuo... il bello era che c’era la discoteca, il Bussolotto, un’idea furba, dove faceva il jazz, Chat Baker era sempre lì. Io ho fatto l’elezione di Miss Italia sia alla Bussola nel ’78 che al Picchio nel ’77. Mi ricordo che quando Bernardini è venuto ospite all’apertura del Piccadilly Stryx, è rimasto incantato dal locale, mi ha detto ‘Boni, se questo locale fosse in Versilia ti chiederei se mi fai fare il direttore lì’ Hai capito? Ma il fatto è che non ho avuto rapporti di amicizia con molti gestori  perché valevano molto di meno! C’era uno a Modena che ha avuto anche l’Isola Verde per il liscio, si chiama Graziano Tagliati, ha avuto anche un locale, il Gilda. Sono amico anche con lui perché è uno che ci sa fare”.

Prima di salutarci, ci soffermiamo ancora qualche momento nello studio e, in una valigia piena di fogli, locandine e foto, Mario trova l’elenco degli artisti italiani e stranieri che si sono esibiti al Picchio Rosso: è veramente impressionante, con nomi che ancora oggi farebbero morire d’invidia il proprietario di un live club. “Lo sai che forse qui c’è il nome di quello che non ho saputo dirti prima? Vediamo... James Brown! C’è scritto qui! James Brown... non è andato, ci saranno state appena 1000 persone...”.

Siamo nati nell’epoca sbagliata.

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